
In Svizzera un referendum pone un divieto singolare, un colpo basso nel ventre ancora troppo molle della democraticissima e liberalissima Europa: stop alla costruzione di minareti.
Imbarazzo e comprensibile sconcerto un po’ ovunque. Ma non per la Lega che ha colto il risultato referendario al balzo per poter gioire della “lotta di civiltà” dei cugini elvetici contro “l’invasione islamica”. Non solo, ha deciso di proporre qualcosa che suona ai più come una provocazione, l’ennesima sfida ai simboli dell’unità nazionale ma che forse merita un’osservazione più cauta. Bersaglio, ancora una volta, è il tricolore; già vittima per mano leghista di utilizzi poco consoni al suo ruolo (da fazzoletto per il naso a strumento per l’igiene di ben meno nobili orifizi), si è finalmente ritagliato uno spazio nel fantasioso simbolismo lumbàrd a patto che al suo centro si apponga il Crocefisso.
La lega così auspica a diventare avamposto politico del cattolicesimo più intransigente. Nonostante non occorra essere più acuti di un bonobo per accorgersi che nulla del messaggio cristiano si evince dai violenti proclami xenofobi di Cota, Tosi e Borghezio, al popolo leghista può bastare la minaccia di uno di questi galantuomini di brandire il crocefisso contro musulmani e moschee per sentirsi con l’anima linda e la ragione dalla propria parte. Il problema è che l’idiozia religiosa dei leghisti fa proseliti. Ora come mille anni fa.
Ma, si dirà, la religiosità di Castelli non è quella di Pierre D’Amiens o Goffredo di Buglione. Il ruolo del crocefisso sul tricolore sarebbe per il viceministro leghista quello di indicare l’identità religiosa di una nazione, sancire una differenza irrisolvibile tra cattolici e non, fare da monito a chi cattolico non è ed è magari costretto a cercare una nuova vita in Italia per sfuggire alle miserie del proprio paese d’origine. Non da ultimo è un inutile affronto alle migliaia di italiani di orientamento religioso diverso da quello cattolico.
Il fatto è che Lega non è un movimento religioso. Anzi, verrebbe da dire che della religione non se ne freghi proprio niente. La sua riscoperta ragione cattolica è palesemente funzionale alla battaglia xenofoba che il partito di Bossi porta avanti da decenni, ponendo tra italiani e immigrati un discrimine molto più netto, subdolo e radicato come quello del sentimento religioso. Per continuare ad allargare la propria base elettorale i leghisti hanno dovuto smarcarsi dai riti pagani con le torbide acque del Po e abbracciare un cattolicesimo dai toni da guerriglia. A pensarci, niente di diverso da quanto accade qualche anno fa, quando i nemici pubblici del popolo leghista smisero di essere gli immigrati meridionali e le attenzioni razzistiche si spostarono verso gli immigrati stranieri, musulmani e non. Il partito da allora è cresciuto esponenzialmente.
Rifacendosi ad un modello di democrazia diretta e dai toni manifestamente populistici, la Lega dice di essere l’unico partito capace di incarnare la voce del popolo, ed è innegabile che tra questo e i suoi rappresentanti ci sia un rapporto ben solido. Questi ultimi di rimando danno adito ai bassi istinti della loro base, alla connaturata diffidenza verso le culture diverse che storicamente emerge in periodi di grandi spostamenti di popoli, alla paura di chi ha usanze e valori diversi, enfatizzandone le paure, violentando il velo della decenza e del buon senso. Questo modello è la morte della politica, del suo compito e della sua intelligenza, della sua capacità di mediare rafforzando al contempo le diverse componenti di una società verso nuove sintesi alle quali è chiamata una società dinamica come quella contemporanea.
Sul versante opposto invece c’è lo scontro, l’acribia dialettica, la violenza verbale. È la gente che lo vuole. È il popolo che parla. Dietro questi proclami si legittimano le posizione xenofobe della lega, come se la storia non avesse già dimostrato abbastanza a quali gradi di violenza il popolo può essere sospinto, come se la cultura democratica non nascesse anche per scongiurare gli errori commessi in passato da regimi che sugli istinti più bassi e incontrollati del popolo hanno costruito il loro consenso.
E quindi sentirsi sulle spalle il fiato di Dio può fare in modo che l’odio per il diverso, la paura dello straniero, la logica della ronda e del rigore inumano davanti alla legge, possano diventare legittimi. Legittimati da un popolo che può evitare il ragionamento, può legittimare la propria etica su istinti e pulsioni irriflesse.
E così il novello Pier Capponi leghista può suonare con una mano la tromba e con l’altra la campana. È il nuovo senso della religione, quella che nasconde dietro i Paternoster la pochezza morale della paura, l’idiozia del suo odio razziale, l’orrido paradosso della Natività festeggiata nelle cittadine blindate dal White Christmas . Una religiosità tanto urlata quanto blanda, moderna, assurdamente basata sulla logica dell’apparire e nel profondo vuota, senz’anima né spiritualità né Dio.A-tea per essenza.

io non vorrei neanche dirlo in giro, tanto si rischia di vedere le proprie parole cadere nel vuoto, ma in questo fronteggiarsi minaccioso di simboli, chi si ricorda il curioso dibattito sulla "demitologizzazione" del cristianesimo? possibile che non possa essere altro che oggetto di interesse "etnografico"? mah
RispondiEliminaIn Europa la propaganda popolare dei partiti nazionalisti ha inventato e diffuso l'opinione preoccupante di un invasione musulmana del continente. La realtà inopinabile dei censimenti racconta tutt'altro: il numero dei musulmani non supera i 16 milioni e di questi soltanto una percentuale decisamente bassa frequenta regolarmente le moschee. Se non ci si vuole cinicamente rassegnare all'ideale schmittiano di una democrazia forte, omogenea e compatta è indispensabile mettere in discussione finanche i principi - esternamente nobili e immacolati - di laicità e tolleranza. Sono ideali necessari ma non sufficienti ad una società aperta all'altro, e inoltre vengono spesso piegati e sfruttati in contesti imprevedibili e fuorvianti. Ad esempio proprio richiamandosi a quei valori, diversi partiti e organizzazioni del vecchio continente reclamano a gran voce l'esclusione della Turchia dall'Unione Europea. Il parere del Partito della Libertà (FPÖ, formazione dell'estrema destra austriaca) è che in Europa non è benvenuta una nazione arretrata, rivale della cristianità, dove non c'è mai stato rinascimento e illuminismo e dove la tolleranza non ha spazio. Ciononostante negli ultimi anni l'élite culturale turca ha compiuto enormi sforzi per occidentalizzare ed istruire alla laicità un intero paese formato soprattutto da contadini religiosi. Al tempo stesso i turchi avrebbero ottime ragioni per rammentare alle formazioni politiche austriache di estrema destra la loro non troppo remota collaborazione con i nazisti durante lo scempio criminale della seconda guerra mondiale; e domandare loro dove fossero finiti nella circostanza l'illuminismo e la tolleranza tanto decantati.
RispondiEliminaL'appello e la pubblicità di parecchi ammirevoli valori non deve museificare né tanto meno rimuovere nella coscienza europea il ricordo dell'orribile catastrofe disumana di cui praticamente ogni paese s'è reso complice. Qualsiasi discussione sulla moralità e l'accoglienza dei nostri vicini deve tenere a memoria gli atroci genocidi e la pulizia etnica che hanno visto l'Europa come palcoscenico principale del mondo. Il caso a proposito della Turchia attesta la manchevolezza del ristretto riferimento a laicità e tolleranza nel discorso che si apre all'altro. Lo spauracchio dell'invasione dei mori è opera di vari pensatori neo-conservatori che non possono certo fregiarsi di una puntigliosa e scrupolosa conoscenza della cultura musulmana: così sulle colonne di rispettabili quotidiani è frequente ritrovare articoli scritti con approssimazione, imprecisioni e sviste clamorose, con l'unico scopo di solidificare le tesi barcollanti dei lettori più intolleranti. L'errore più comune parte dalla descrizione superficiale dell'islam come un'unica monolitica cultura senza differenze e sfumature interne, naturalmente opposta all'esterno non-musulmano.
Le argomentazioni che semplicisticamente condensano una civiltà in poche righe raddoppiano la violenza contro il volto dell'altro perché fraintendono e violano la non riassumibile esperienza del singolo e la viva partecipazione collettiva di una determinata cultura con i propri tratti distintivi. Per far implodere l'impalcatura di fisime e pregiudizi (la pigra abitudine che Charles Taylor ha definito “pensiero per blocchi”) occorre raccontare le differenze e dare notizia non dei musulmani in astratto, ma concretamente dei sunniti, dei sciiti, degli ibaditi, degli alawiti, delle posizione più laiche fino al wahhabismo e agli integralismi. La xenofobia e il fanatismo alimentati dalla disoccupazione e dalla grave crisi economica internazionale si combattono senza nascondere l'incontestabile realtà multietnica e pluralista delle metropoli moderne, senza che la ricostruzione della travagliata storia europea scada in una celebrazione del passato glorioso e in una cavillosa forma di autodifesa.
Lù, non vorrei che anche anche qui le tue parole cadano nel vuoto, però dovresti spiegarmi, linkarmi, suggerirmi qualcosa per sapere del dibattito sulla demitologizzazione del cristianesimo. Sorry. Mi verrebbe da pensare alla fine di un'altra delle grandi narrazioni, quindi un effetto del postmoderno e roba simile. Ma non saprei...
RispondiEliminaIncool, quoto tutto ovviamente. Hai ragione, la tua prosa fluente mi affascina, ti rileggerei prima di andare a letto o prima di cedere ai piaceri della carne, come mantra sensuale, afrodisiaco verbale, ingrifo da piacere estetico;)
una veloce ricognizione sul tema è contenuta in "Il mito" di Furio Jesi. Fondamentalmente si fa riferimento alle tesi di Bultmann, e al dibattito che queste stimolarono nel confronto serrato con Ricoeur e Kerenij.
RispondiEliminaanch'io concordo con cacosofo. un altro elemento è la possibilità di considerare i processi rinascimentali dell'europa occidentale come prodotto innescato dall'"urto culturale" con l'islam nelle sue diverse fasi espansive verso un'europa medioevale arretrata. l'occidente, insomma, non è niente di "occidentale". su questo, rimando almeno a Jack Goody, ai suoi lavori sull'urto culturale, sul rapporto tra culture scritte e orali, e al suo testo "Islam ed Europa".
RispondiEliminaper una mia pippa pseudo-girardiana o post-vattimiana sul tema, vi rimando a http://in-formando.blogspot.com/2009/04/cristianesimo-la-religione.html
RispondiEliminaDa Cattolico Praticante, concordo appieno. E con molta preoccupazione...
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