Visualizzazione post con etichetta aristotele. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta aristotele. Mostra tutti i post

20/11/09

Le invasioni barbariche. Contributi dell'immagine alla gnosi da Aristotele alla D'Urso


Uno sguardo commosso al passato. A Fahrenheit di Truffaut, a Brazil di Gilliam, a Il pasto nudo di Cronenberg. Videodrome... Otto anni fa, un proiettore, una stanza nel centro sociale, un ginepraio di sigarette, condimenti per drum e alcol. Sembrava tutto così intelligente allora ma se allungo le dita non riesco a cogliere quasi più niente - dove è finito?
Nulla, o quasi; e quel che è è abbastanza. Allora accendo la TV ad un orario insolito, le cinque di pomeriggio. La suina è il mio Autodafé. Posso assistere ad uno dei tanti esempi di come viene quotidianamente mortificata l'intelligenza dai media.

Barbara D'Urso intervista una giovane donna africana. Sahmira. Lei racconta con un italiano stentato le violenze subite. Abusi, aborti, pestaggi. Se incespica nel ricordare qualche particolare doloroso il volto della D'Urso le viene incontro quasi sofferente. "Io so che..." e le indica le parole corrette, quelle più vicine alla logica della spettacolarizzazione.

Shamira è completamente coperta in volto per evitare di essere riconosciuta dai suoi terribili e vendicativi aguzzini. Una sciarpa copre gli zigomi e il naso sul quale poggiano due ampie lenti scure. Gli autori del programma hanno giustamente pensato a salvaguardare la sua identità, dice magnanima la D'Urso inorgoglita da cotanto magnanimo team, mentre continua ad imboccare alla ragaza le parole corrette da dire, le cose giuste da raccontare.

Quel volto coperto è ciò che ha catturato la mia attenzione mentre facevo zapping. Sciarpa e occhialoni neri su cui si elevava un'assurda parrucca bianco panna di capelli ispidi e foltissimi che si ergevano a raggiera per tutta l'inquadratura. Una trappola perfetta, no?

La storia della giovane donna è commovente. La D'Urso stessa passa dagli occhi lucidi alle lacrime. A quel punto si compie il capolavoro. Chiede a Shamira di raccontare le violenze subite attraverso i riti vudù. Shamira pare non percepire il messaggio. Lei rincara la dose "Quelle ferite, la gente deve vedere, è giusto, la gente deve sapere!".

Breve parentesi intellettuale.
La società dello spettacolo, si sa, si basa sul vedere, sulla vista come organo di senso. Pasolini e Debord possono aiutare molto meglio di me a comprenderne i tratti. Ma seguitemi un attimo in questo breve excursus storico filosofico che a qualcuno piace tanto.
Il vedere è ciò che meglio caratterizza l'attività gnoseologica dell'uomo: Aristotele. Il vedere fa teoria (in greco theorein, vedere appunto) cioè visione del mondo, ma anche valori condivisi, bagaglio comune di conoscenze. Il vedere è una sorta di sintesi estetica e epistemica: Baumgarten.
Al theorein della metafora Wittgestein dedicherà alcuni paragrafi delle Ricerche e Musil la seconda parte de L'Uomo senza qualità.
Lukacs dice invece che in parallelo la razionalizzazione e meccanizzazione del processo lavorativo portano l'attività umana a risolversi in mera "contemplazione", cosa che Debord riutilizzerà per definire il concetto di società dello spettacolo.
Pasolini in Scritti corsari dedicherà molte pagine alla televisione come mezzo di formazione della coscienza media, come omologazione e veicolo prediletto dell'acculturazione.

E' così dunque che duemilacinquecento fottutissimi anni di filosofia trovano concretizzazione in nella barbarica D'Urso. E' in conseguenza alla sua sollecitazione, consentitemi, baumgartiana che Shamira infatti si alza la maglietta e fa vedere delle ferite di coltello che disegnano una croce su metà ventre. Dice che appena fatte sono state unte con peperoncino, cosa che, ammette lei, rende le ferite di una consistenza particolare. Ma l'audience pretende ancora e Shamira è portata a mostrare altre ferite, sul collo e sotto le tempie, cosa che la porta a togliersi la sciarpa e a scostare il parruccone protettivo.

Bene. In meno di due minuti di spettacolo la D'Urso ha sfanculato l'irriconoscibilità (inutile, farsesca) della sua giovane e sfortunata ospite mostrando alle telecamere segni inequivocabili di identificazione, oltre a buona parte del viso. E lo faceva tra le lacrime, sue e del suo pubblico cazzone.

14/08/09

Etica, estetica, dianoetica. Apologia "do' cafone"


«Se abbassi la mutanda si alza...» il video della consigliera Pdl

1. Napoli. Giardinetti pubblici. Sullo sfondo spiccano le vette di palazzoni di periferia. Un cantante in paramenti raccapriccianti narra la sua storia personale - la storia "do' cafunciello". In mano una pompa d'acqua zampillante. Intorno quattro ragazzotte s'alternano a constatare la virile portata dello schizzo. Replicano il ritornello, divertite. E' la pompa a giustificarne la presenza. Evidente simbolo fallico [in foto, Costantin Bancussi, X], irrora acqua che le ragazze raccolgono a piene mani. Il fallo idraulico chiede per sua stessa natura la presenza di chi ne coglie il getto cortese. Per gli addetti ai lavori, è un po' come la brocca di Heidegger nelle lezioni di Brema e Friburgo. Per ingraziarsi il panciuto benefattore quelle non devono far altro che occupare la loro posizione sullo sfondo, ripetere il ritornello, muovere il culo e aprire le mani in religiosa attesa. A montecitorio accade lo stesso.

2. Meriterebbe di essere riportata tutta la canzone "do cafunciello" che gradualmente passa dalla storia narrata ad una vera e propria apologia del cafone. Ne riporterò solo qualche passaggio, giusto per gradire.

A quanto pare già da bambino "o cafone" manifestava virilità straordinaria "sucando" avidamente "e zizze" di sua madre. Poi dalla stalla alle stelle della tv grazie ad un programma di indiscusso successo popolare in Campania, "Tele Cafone". Nomen omen. Circondato da donne governa su di loro "con la carota e col bastone" [intanto la gleba continua a cantargli il ritornello a muovere il culo e a mettere le mani a cucchiaio o, per gli heidegheriani, a brocca]. Lui agita la pompa in aria, vessillo del trionfo, del potere, ne guarda incantato il gettito con sottile autoerotismo. Al culmine dell'estasi la porge ora a destra ora a sinistra, serafico, cingendo il fianco di una piuttosto che di un'altra ragazza.

"Il cafone s'è arricchito" [cesareo, parla in terza persona] dice. Ma ne ha per tutti, per i poveri di ogni colore. E' un modello da seguire, un esempio di come avere successo nella vita "ride e canta come un ragazzo mentre la gente se magna lu cazz"[cfr. foto]. Lui è della gente, la gente gli vuole bene, il suo successo deriva dal saper corrispondere esattamente al loro pensiero sintetizzando nella propria persona i più bassi istinti della loro cafonaggine e il successo economico, sociale, politico.

Berlusconiano fino all'osso, "o cafone" pubblicizza il nano di arcore con assoluta convinzione durante le campagne elettorali. Trova in esso un corrispettivo simile a quello che i suoi telespettatori vedono in lui stesso. Gerarchie villiche. Ora una delle annaffiate dalla pompa sta per prendere il volo: Francesca Pascale, la rossa dei video, è diventata responsabile sport e spettacolo del PDL regionale campano. Sogna Montecitorio. La ragazza merita.

Apologia del cafone. Estetica raccapricciante. L' etica che ne consegue non è da meno. Dianoetica [dianoetikòs, relativo al pensiero] devastante nel dominio incontrastato di quella che, con una terminologia un po' nerd, potremmo definire la "lowbrow class".